Ha appena tweettato una recensione

Un gruppo di giovani videomaker riaffermano il loro diritto creativo, ed il loro nome diventa virale. Le case di produzione li “snobbano”, ma arriva una grande casa editrice a proporgli il progetto di un libro. Può sembrare la rocambolesca storia di un romanzo all’italiana, ma grossomodo è ciò che capita al collettivo ZERO autore di questo piacevole spaccato della generazione due/tre/quattro/ennepuntozero, dipende dal calendario.

Filippo è il classico giovane laureato italiano, sottopagato, svolge un lavoro che potrebbe essere molto vicino a quello dei suoi sogni, a quello per cui ha studiato, ma così non è. Un giorno decide di farla finita. Naviga tra Google, Wikipedia e Yahoo Answer per trovare il miglior metodo per suicidarsi. Tra risposte salienti, percentuali e like decide di impiccarsi alla Ian Curtis.

Un barattolo di Nutella diventa la sua ancora di salvezza, la scusa per fuggire, l’ultimo sussulto di vitalità. Una cucchiaiata densa di crema alla nocciola si trasforma in un atto di protesta, la rivendicazione del proprio io, del proprio essere vivo. Una nota sullo smartphone, una x sul calendario ed è fatta. Un ultimo mese prima della fine. Filippo si regala questi trenta giorni in cui fare qualsiasi cosa, per “vivere” pienamente, tra post su Facebook, selfie su Instagram e pasticche in discoteca.

Totalmente inseriti nella meccanica social network ZERO costruiscono un romanzo2.0 in cui la classica narrazione è accompagnata, se non rimpiazzata, da chat, sms, post e tweet. Un romanzo virale che perfettamente coglie e rappresenta i miti, gli stilemi l’antropologia dei ragazzi di oggi.

“Forse cercavi” non è un capolavoro, gli ZERO non sono scrittori, e la qualità del dettato non è sicuramente eccelsa; ma riescono a proiettare il linguaggio di YouTube, di internet, dei social, su carta, in maniera fresca, scorrevole e divertente. Una storia drammaticamente precaria, che con cinismo, humor e autoironia diventa virale.

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Brummies are coming

Un gruppo di amici. Tra chi va, chi viene, chi si arrabbia, chi scappa, chi rimane chiuso in sé stesso, chi viene allontanato, attraversiamo quel periodo di proteste, disagi sociali e punk. I brocchi, gli sfigati di turno, che poi tanto sfigati non sono, rappresentano quasi nella loro totalità la stratificazione sociale britannica degli anni ’70. In una forma mista tra il ricordo in memoria dei vecchi tempi al pub davanti ad una pinta di birra, l’autobiografia e l’articolo di giornale, Coe ci fa respirare l’aria di Birmingham, delle sue ciminiere, dei canali, delle Midlands.

Con uno stile leggero, ironico e spensierato affrontiamo i turbamenti adolescenziali, i primi amori, le grandi aspirazioni. Gli eventi storici rimangono in secondo piano, sono uno sfondo che non tocca i nostri ragazzi, così vicini e legati alla Storia ma tutti presi dalle proprie storie personali. Il loro presente entrerà prepotentemente nei loro destini solo in occasioni ben definite, ma cambierà loro la vita.

Tra paura dell’Ira, lotte proletarie, razzismo e albori della musica di rivolta vediamo un gruppo crescere, iniziare a prendere decisioni ed entrare nell’età adulta. Le loro vite rimangono aperte, non meglio definite, rimandando i destini dei Brocchi al “Circolo chiuso”, pubblicato da Coe tre anni dopo.

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Non ci restano che i colori

Uno sfondo azzurrino, un volto pallido, capelli rossi come il fuoco dello sguardo. Riconosciamo subito la figura, chi non lo conosce? Il titolo parla di colori. Troppo semplice immaginare. “Caro signor Van Gogh”, ed ecco che tutte le certezze si incrinano. Chi parla? Vincent dov’è? Questa non è la storia di un grande personaggio, di quelli che lasciano un segno indelebile nel nostro mondo. È il racconto di chi dalla Storia è ignorato, evitato, sconfitto.

Teresa Senzasogni è una ragazzina fatta passare per matta nella città dei matti, Gheel una gabbia dorata dove pazzi e “normali” apparentemente convivono, sono felici e contenti, posso essere pienamente sé stessi. Orfana di una dei tanti diversi del villaggio, viene certificata disturbata per ottenere una dote ed essere affidata ad una delle famiglie più benestanti, dove potersi creare una vita, trovare un marito, fare dei figli. La vita nella città gialla passa tranquilla finché il “fou rou”, il matto rosso, non entra prepotentemente nella storia della giovane Teresa.

Il romanzo è strutturato come una lunga lettera. Una lettera d’amore, scritta da una donna ormai devastata, mutata, sconfitta dalla vita. Gli anni della giovinezza sono passati, tutto non è più come prima, l’incontro con Van Gogh ha cambiato tutto. Per sempre. Una lettera che si trasforma in memoriale, confessione, diario, delirio; che ci accompagna con dolcezza, con la pienezza di colori che caratterizzano le terre fiamminghe e le opere di Vincent, fino alle battute finali.

Il velo si squarcia, la semplicità della lingua nasconde il dramma che ci fa riconsiderare tutto il romanzo. Ogni parola ci riaffiora alla mente, ogni battuta acquista un peso diverso. Si apre davanti a noi tutta fatica della condizione umana.
Montanaro costruisce sul più grande mistero biografico di Van Gogh (“mi sono chiesto cos’è successo in quello spazio di quasi un anno, dal 14 Agosto 1879 al 22 Giugno 1880, nel quale Van Gogh non ha scritto nemmeno una lettera.” ci dice in nota al testo) un racconto dolce, emozionale, impetuoso come quei colori pastosi, spessi, vorticosi che rimarranno per sempre.

NZO

Burocraticamente si muore in guerra

1961. L’ex-puntatore di bombardiere B-25 Mitchell compie un atto di protesta, di quelli da scrittori, e pubblica il suo romanzo d’esordio. Abbiamo passato la metà del XX secolo, l’intellettuale inizia a perdere il suo ruolo sociale, ma ha ancora la forza politica per dire la sua. Accoglienza entusiasta, complimenti, incoraggiamenti, niente di nuovo sotto il sole. Passa qualche anno, il Vietnam viene bombardato giorno e notte con il napalm, milioni di persone si accalcano nelle piazze, la Pace viene invocata. Sotterraneo si muove nome, scivola di bocca in bocca, arriva sulle magliette, sugli striscioni, si alza in cielo prepotentemente. “Yossarian vive”. “Je suis Yossarian” diremmo oggi. Ma chi è costui?

Yossarian è un pazzo, è sano di mente; Yossarian è un bugiardo, sembra essere l’unico che veramente ha capito qualcosa. Come tutti i soldati in guerra ha paura, non vuole morire, non gli importa della patria, della liberazione dai nazisti, della democrazia. Yossarian vuole solo tornare a casa. Si sente perseguitato, ha come l’impressione che tutto ciò che lo circonda, tutta la guerra, sia solo un piano architettato per farlo fuori. Perché tutti cercano di ucciderlo?

È circondato da un modo assurdo, popolato da doppiogiochisti, arrivisti, maniaci delle parate militari, prostitute, magnati del cotone egiziano, malati immaginari e soldati morti. Ogni cosa ha un senso e allo stesso tempo è folle;tutto sembra essere terribilmente sbagliato ma viene accettato; ad ogni problema c’è una sola risposta, una postilla che nessuno ha mai letto e che nessuno contesta. L’assurdità della situazione è messa in piedi da dialoghi brillanti, rapidi, paradossali, in cui traspare tutta l’insensatezza del conflitto militare e l’eccessivo apparato fatto di gerarchie, titoli, regole, nelle cui mani sono affidate le sorti di uomini qualsiasi, mortali. La drammaticità degli eventi viene mascherata e grottescamente evidenziata dall’ironia tagliente, la sfilza di personaggi assolutamente sopra le righe e da capovolgimenti di fronte acrobatici.

Il tempo si frammenta, i nomi si moltiplicano, le missioni di volo obbligatorie diventano sempre di più. L’irregolarità del linguaggio strania il lettore, lo accompagna nella folle realtà di questa strana guerra. Non c’è libertà di dolore, di solidarietà, di morte; tutto è governato da postille e codicilli, da una burocrazia di kafkiana memoria. Non puoi morire se non ti viene dato il permesso; non puoi vivere se non previa approvazione.

L’ex-puntatore di bombardiere B-25 Mitchell compie un atto di protesta, di quelli da scrittore, e si ritrova padre spirituale del postmodernismo americano, con il suo stile e l’assurda ironia che permea l’opera, e autore di uno dei più influenti e ispiratori manifesti antimilitaristi della storia. Yossarian ce l’ha fatta. Yossarian vive.

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La labirintica ricerca di qualcosa che non c’è

Poche parole su “I detective selvaggi”, di Roberto Bolaño

Un romanzo plurale, nelle forme e nelle voci. Già da subito scorrendo l’indice di questo ampio volume ci accorgiamo della tripartizione del romanzo: “Messicani perduti in Messico (1975)”, “I detective selvaggi (1976-1996)”, “I deserti del Sonora (1976)”. Questa tripartizione non è solo contenutistica, ma ci troviamo di fronte a due diversi andamenti narrativi: la prima e l’ultima parte in forma diaristica; la seconda, parte centrale e più estesa di tutto il romanzo, in forma testimoniale. Quello che fin da subito ci sembra il protagonista, il poeta Garcia Madero, non è altro che un narratore, una tra le tante voci che prenderanno parola lungo il nostro viaggio di comprensione. Comprensione di cosa?

Del comportamento e della vita di Arturo Belano e Ulises Lima, i veri detective selvaggi del titolo. Alter-ego dell’autore e del suo migliore amico (Mario Santiago Papasquiaro), i due poeti realvisceralisti non prenderanno mai la parola, ma le loro avventure, la loro ricerca, verrà messa in luce dagli amici, i parenti, e tutte le persone che grottescamente incontreranno nella loro slancio vitale. E’ il romanzo della diversità, della pluralità, in cui il mondo è rappresentato in tutte le sue sfaccettature, e di cui mostra l’insensatezza di fondo.

I personaggi sono impulsivi, animaleschi, agiscono più che pensare; il loro momenti di introspezione sono epifanici, a squarci, in uno sfondo di non-sense. La trama è abilmente frammentata, non c’è linearità, mentre sembra andare verso una direzione ben precisa ecco scattare qualcosa, ecco che il mondo cambia. Il tema della quete, della ricerca, è ben chiaro dall’inizio: la ricerca della leggendaria poetessa Cesarea Tinajero. Ma è una ricerca inconcludente, spezzata e intervallata da digressioni, viaggi onirici e storie alternative. Le voci che intervengono utilizzano l’incontro con i due poeti sudamericani come pretesto per parlare della propria vita, in questo ossessivo desiderio di essere ascoltati.

Un viaggio folle, grottesco, divertente ed inquietante, orchestrato da una penna tra le migliori della fine del secolo scorso. L’aforisma “non è la meta che conta, ma il viaggio” sembra fatto su misura per Bolano, che vi terrà incollati alla pagina, fino a che ne vorrete ancora, e ancora, e ancora.

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Il vuoto

Cosa cerchiamo da un film? Cosa ci aspettiamo quando ci sediamo in una delle poltroncine del nostro cinema di fiducia, quando sul divano inseriamo un blurey, quando tra una bestemmia e l’altra contempliamo il mito moderno che è il buffering? Senza aver chiara la risposta non siamo in grado di poter dare giudizi, non abbiamo la possibilità a l’autorità per dire se un film è brutto o bello. Dipende tutto da ciò che cerchiamo, e da cosa noi intendiamo per cinema.

Piano sequenza di venti minuti. Silenzio. Immagini bellissime, digitali certo, ma bellissime. Ancora silenzio. Tre attori, poi due, poi uno, poi il vuoto. I dialoghi sono pochi, gli sguardi tantissimi, non tutti facili da cogliere. Non di certo le più grandi performance attoriali, ma l’uomo non interessa. E’ solo un pretesto, la scusa per quelle inquadrature, quegli effetti, quei suoni.

Tecnicamente è sbalorditivo, per il resto è il vuoto. Ma non è proprio quello che Cuaròn cercava? Il vuoto?

Corsa

Libertà, aria, velocità
Il meccanismo funziona, la spinta è potente
Brezza rinfrescante il caldo ostacola.
Aria in circolo, il respiro è pesante
Condizionatore, cerchi in lega, gps
Accelerazione
Allungo
Opel, scarpe, musica, uomo, macchina, stereo.
Che gran confusione